Anna Aloi: “Buongustai si nasce o si diventa?”

E’ stato pubblicato, poco tempo fa, il libro Sapori di Ordinaria Eccellenza (Luigi Pellegrini Editore) che accomuna tra loro persone di varie professionalità con la passione per il cibo e per la buona cucina. Il volume, ricco di immagini e ricette, apre così “Buongustai si nasce o si diventa?”. Artefice di questo progetto è Anna Aloi, giornalista e conduttrice di programmi televisivi che mirano alla valorizzazione dei prodotti di eccellenza calabresi. Questo è la sintesi delle tantissime puntate del format A Casa Tua di cui lei stessa è autrice e, su suo invito, anche noi di Do di Malto abbiamo partecipato per due puntate.
Ho elaborato e creato per l’occasione piatti sia inediti che rivisitati del nostro patrimonio tradizionale regionale, abbinati a una selezione di birre artigianali calabresi. Ammetto le mie forti resistenze iniziali, abituata a dirigere attori per il teatro e cucinare per passione, che pensare di stare nell’inquadratura mi ha creato non pochi pensieri, ma la freschezza e la grande professionalità di Anna hanno vinto su tutto e oggi, a conti fatti, è stata per me una bella e intrigante esperienza di cui la ringrazio, che ha contribuito ancora di più alla nostra riflessione sul cibo e sulla sua qualità. Ovviamente abbiamo parlato e cucinato vegetariano e vegano, incuriosendo non poco i suoi telespettatori.

Nei diversi incontri, per vederci e raccontarci, occasionali e non, sono emerse tante passioni, punti di vista e idee in comune, in un chiacchiericcio nostro senza fine, centrato sul mangiar sano e sui prodotti del territorio, strizzando l’occhio a quel che madre natura offre anche fuori dai confini geografici, e siccome non ci facciamo mancare niente, spaziamo dal vino alla birra artigianale, essendo lei oltre che esperta di cucina nutraceutica, anche una appassionata sommelier, convinte entrambe delle 3b del buon bere bene, per dirla alla mia.

Se per lei il cibo è una medicina, per me le trasmissioni sul cibo diventano un linguaggio. Agli esordi della televisione, gli intrattenitori delle trasmissioni parlavano e insegnavano italiano, riuscendo a unificare verbalmente il bel Paese. Oggi, nei format televisivi, si cucina e si insegna a cucinare, cosicché chef e conduttori uniformano un linguaggio, attraverso la tecnica, costruendo uno stile. La prima operazione non annullò dialetti e costumi, questa seconda non elimina prodotti e peculiarità locali. Il cibo come cura dunque, di una società, che parla a tutti, e tutti conoscenti di una stessa lingua, che si esprime in misure chilometro zero, che insegna a geo-localizzare i prodotti, a conoscerne la storia e gli strumenti per il loro l’utilizzo, che informatizza su dosi e formule mate-magiche del lievito madre, sui prodigi delle bacche di goji e sulle proprietà della curcuma, che rende consapevoli delle 48 ore di lievitazione del panettone e che pur cambiando l’articolo femminile o maschile l’arancina/o non cambia. Finora ignari che il pomodoro si affetta con la lama seghettata e che la patata si pela sotto l’acqua corrente, ci confortiamo con le uova a bassa temperatura, dove il sotto vuoto, che preservava alimenti, adesso cuoce senza disperdere nutrienti e scopriamo che, azionando il bottone della lavastoviglie, abbiamo il doppio vantaggio della cottura in vaso ermetico durante il ciclo del lavaggio.

Ma per tornare alla domanda iniziale della prefazione, nel libro continua così: il filosofo Feuerbach scrive “l’uomo è ciò che mangia”  e aggiunge lei “è anche ciò che cucina”, perché il cibo non calma solo il senso di fame, “è l’espressione della personalità del suo artefice”.
Per via del suo lavoro, passione per il cibo, è naturale ricondurla a più o meno storiche conduttrici nazionali, che scandiscono la vita quotidiana con ricette, gare, interviste e mise en place. Ma io penso ad Anna come ad una pioniera, una paladina agroalimentare, che in una “terra terrosa” come la definisce lei, “facile ai piagnistei”, ha creato un passo e un varco, congiungendo le coste con l’Aspromonte, e valicando la catena montuosa, sconfina oltre il Pollino l’enogastronomia calabrese, “semplicemente”, usando il suotipico modo di comunicare” che è diventato per lei il cibo. In questo suo modo, tra i prodotti ne spicca semplicemente uno, la cipolla di Tropea, come ne fosse la madrina. E mi richiama alla mente una pietanza, tipica di San Giovanni in Fiore, il cavolo nero cappuccio con le patate. Quasi ne percepisco i profumi e i vapori, un piatto di creta servito fumante a centro tavola, dove i commensali, al caldo, al riparo dalle imposte bloccate dalla neve, utilizzano i catafilli della cipolla, cucchiaio croccante che torna ad ogni succoso e ristoratore boccone.

“C’est la vie”, e per dirla alla sua aggiungo “chéri”.

[le due puntate della trasmissione le trovate ai seguenti link: Sanguinelle di Riso nero di CalabriaSeitan e Pane Enkir Puntata A Casa Tua]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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