Industrial bistrot

Con A si chiacchiera molto volentieri, sui prodotti, il cibo e la qualità delle pietanze servite nei piatti. Lui è socio di F a Catanzaro L, ma anche cuoco, pasticcere e panificatore. IMAG0256[1]Infatti ci descrive, senza riserva alcuna, un’idea di melanzana ripiena piuttosto che l’albicocca per dessert. È un bel misto A, tra Calabria e Sicilia, questo lo si vede, ma lo si avverte soprattutto nella sua fabbrica di cibo. E sì, perché, se al di qua dello Stretto il ripieno della melanzana è fatto con uovo sodo, sugo e caciocavallo, lui che ne sa per tradizione anche al di la dello stesso Stretto, quel ripieno lo prepara con olive, capperi di Salina e dadolata di pomodorino fresco. Così una melanzana, che fino a qualche ora prima era ancora attaccata penzoloni alla pianta, diventa un contenitore, cotta al vapore e pieno di curiosità, come il muscolo di grano che rompe la morbidezza e si fa masticare. Una foglia di basilico campeggia sopra la gratinatura: mollica di pane e aromi che le erbette fresche fanno sprigionare. È sabato, è sera, F passa con disinvoltura dal servizio cena, al cocktail bar. Una cheesecake al bicchiere arricchisce e rinfresca. La notte si allunga e il cuoco si confonde tra la gente, gli amici, i clienti. Noi si va, domani come oggi ci aspetta mare, mare e ancora mare. Con A continuiamo a chiacchierare, in pieno sole, appena desto, cordiale, sorridente, un tuffo per togliere via la notte, qui l’acqua è fredda anche nella calura per via delle correnti e obbligatorio diventa nuotare. Ci racconta della confettura delle albicocche ben evidenti, della pasta di caprino mantecata con la crema di latte, del crumble di mandorle, fiocchi d’avena, frolla e miele, appena dorato e ben croccante. La sua è un’idea di cheesecake leggera, profumata, molto equilibrata. Il nostro weekend termina qui, tonificati rientriamo, ma non senza aver assaggiato il gelato fondente Domori al rum del Bar Centrale, come Alessio del Fabric a Catanzaro Lido ci consiglia. E soddisfatti ripartiamo.

Stecco di bieta e quinoa d’asporto

L’aria di primavera, le passeggiate nei campi e il rigoglio dell’orto ispirano una preparazione adatta all’asporto e al cestino della bicicletta. La bieta ripiena di quinoa e cous cous è ideale per fare una pausa, rifocillarsi, avere un pieno di energia e gustare uno spuntino completo a portata di stecco. La foglia di bieta farcita è una ricetta nota da cinquemila anni, la specie selvatica Beta maritima era diffusa lungo il bacino del Mediterraneo e ne veniva utilizzata solo la foglia. Dalla Roma imperiale in poi si sviluppa un tipo somigliante alla bietola rossa e successivamente tramite il continuo lavoro dell’uomo, si arrivò alla Beta vulgaris e cioè alla comune bietola da costa. Sia la bieta che la quinoa appartengono alla famiglia delle Chenopodiaceae, ricche di vitamine, sali minerali e fibre che, unite al cous cous danno un apporto proteico completo, a supporto della pedalata affinché sia spensierata.

Con cautela, affinché le foglie di bietola restino intere, sbianchirle velocemente in acqua bollente per mantenerle di colore verde brillante. Creare una farcia con cous cous di semola, aromatizzato all’alloro e cannella, e con quinoa al profumo di limone a zeste, aggiungere sale integrale e pepe nero. Racchiudere il composto nelle foglie di bieta, unire lo spiedino e ripassarle in padella. Si avrà l’esterno croccante e morbido il ripieno. A completare il cestino e la freschezza dello stecco ci sarà la birra, in questo caso Anime del Birrificio De Alchemia. Tutto è pronto. Allora partenza e via!

Anime del Birrificio De Alchemia

Anime è una birra del birrificio De Alchemia di Saracena (CS).
Il nome, come mi spiegano i fratelli Gagliardi, Biagio e Guido, soci del birrificio, trae ispirazione dall’idea di due anime molto diverse tra loro, quella del malto e quella del luppolo, che trovano un equilibrio profondo nel bicchiere.
Birra che strizza l’occhio al Belgio, con circa 6 gradi alcolici, si presenta con un bell’ambrato vivace, invitante e molto limpida nel bicchiere.
Schiuma abbondante, pannosa, fine, di un colore bianco avorio, persistente.
Al naso, dolce, di frutta, banana, mango, nota fresca e speziata.
In bocca equilibrata, corpo snello. Una bevuta piacevole, data da una dosata acidità che fa il primo lavoro di pulizia in bocca, seguita da un gentile finale amaro che ti fa dire “ah però!”.
Potrete trovare la birra De Alchimia anche al DanyBar, vicino la stazione centrale di Milano, di proprietà di Marco Giangreco, socio anche lui del birrificio.

Nel piatto invece stecchi di bieta e quinoa d’asporto, con una bella nota vegetale, sostenuta dal caldo aroma della quinoa irrubustita dal pepe nero.
In bocca, dolce a chiudere con un ritorno dello speziato e dell’erbaceo. Struttura piena, calda e avvolgente.

L’abbinamento si bilancia in struttura e aroma. Si completano e si cercano, in uno yo-yo cibo-birra che ti fa fare a gara tra cosa finisce prima, se lo stecco o il bicchiere.

Un carciofo ripieno a metà.

Più e più volte ho provato da piccola a mangiare i carciofi, ma li detestavo. Al contempo però, solo in un modo, e solo il ripieno mi è sempre piaciuto, con l’unico scopo di avere quell’unica e piacevole sensazione, nel sorseggiare acqua dopo un piccolo boccone, e assaporare ogni volta con sorpresa uno spiccato gusto di liquirizia, e diventava il gioco. Delle brattee più esterne, dove si trovano molliche di ripieno sapientemente infilato tra esse per esaltarne il sapore, si arriva sfogliandolo al centro, in cui si cela la farcia più succulenta e filante e per me il carciofo, assiepato in teglia uno con l’altro nella sua forma a rosa, serviva solo come cestino, da contenitore per questa. Continue “Un carciofo ripieno a metà.”

Sanguinella di riso Nerone

Se arancina o arancino è uno storico distinguo di genere che mi lascio alle spalle. A larghe linee, e semplificando, si può dire che: al femminile è in uso a Palermo per via della forma tonda, a simboleggiare le arance ed è realizzata al sugo con il ragù, piselli e formaggio, al maschile è in uso a Catania per via della forma a cono, a simboleggiare il vulcano, l’Etna, ed è realizzato al burro con lo zafferano, formaggio e prosciutto. In ogni caso, in Sicilia, se ne producono e consumano a migliaia in ogni dove, orientale o occidentale dell’isola che sia, senza stare troppo a sottolineare luogo, forma e farcia, soprattutto nei giorni che ricorrono la festa di Santa Lucia, ogni anno il 13 dicembre. Continue “Sanguinella di riso Nerone”

La storia nella storia, le Paste Gioiosane.

La Pasta Gioiosana è un piccolo dolce di pan di Spagna, crema pasticcera e glassa; ma a dirla così è piuttosto breve, perché difatti in questo dolce c’è la storia nella storia.

Da più di mezzo secolo in qua, la Pasta Gioiosana è un tipico e rinomato dolce che si riferisce all’antica località della costa ionica calabrese fra Locri e Caulonia, Gioiosa Jonica, che affonda le proprie radici, storiche e culturali, nel periodo in cui fiorì l’omonima civiltà Locridea, grande e fiorente regione dell‘antica culla della Magna Grecia. Continue “La storia nella storia, le Paste Gioiosane.”

‘Nghiambara, che passione.

Le ultime cipolle di Tropea dell’estate, resistono e germogliano nella scatola sul balcone. Le metto a dimora nella terra e si completeranno scalogni o le cucino quasi scalogni e saranno nei piatti? Delle due strade, ne scelgo sicuramente una: la ‘nghiambara, un ricordo d’estate. E sì, perché questa estate, di ‘nghiambare ce ne sono volute proprio tante: dalle giornate in montagna, al ferragosto in piscina, al mare per i falò e tante e quante altre. Continue “‘Nghiambara, che passione.”

Schiacciate di patate, riso e lenticchie

A volte bisogna inventarsi qualcosa, a volte basta curiosare tra quello che si conosce già, ma anche cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia, soprattutto quando arriva all’improvviso la domanda “cosa che c’è per cena stasera?“. Infatti, quando accade, mi suscita sempre qualche perplessità, cosicché mentalmente e velocemente scorro, la somma di ciò che è stato del pranzo, della cena precedente e dell’idea per il giorno seguente. Spiazzata su più fronti, perché il tempismo vuole che abbia appena finito di rassettare, spesso direi “pizza”, pregustandola e cavandomela dall’interrogativo che lascio volontariamente senza risposta e sospeso per aria. Continue “Schiacciate di patate, riso e lenticchie”

Spiedo a modo mio

Ho scelto di non avere il forno a microonde in cucina, e lo rimpiango solo per due motivi, anzi tre: scaldare il latte direttamente in tazza e cuocere le patate per fare gli gnocchi, nonché velocizzare entrambe le operazioni. Mi rimprovero sempre di non averlo, perché secondo me, cuocere le patate a secco al microonde è un metodo pratico affinché non assorbano acqua, giacché le patate per gli gnocchi, più asciutte sono, più adatte sono. L’ideale sarebbe il forno tradizionale, ma non lo è per via dei tempi molto più lunghi. Per quanto riguarda il latte, è un’abitudine della quale ho imparato volentieri a farne a  meno.

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